Dietro le nuvole c'è sempre il sereno

Dietro le nuvole c'è sempre il sereno 

W la danza!!!

11:51, Jul. 31, 2008  ..  1 commenti  ..  Link
...Pratico danza classica da quando ho 6 anni e a settembre 2008 devo cominciare l'ottavo anno di studio. In questo contenuto mi piacerebbe trasmettere la mia passione a voi lettori!!!

LA MIA ESPERIENZA:

Come suddetto, pratico danza da quasi otto anni, tempo sufficiente per farsi un'idea personale di questa fantastica disciplina.
Una delle considerazioni che ho della danza (classica, in particolare) è che  si rivela un modo eccellente per tenere il proprio fisico e la propria mente in forma; infatti le ballerine devono avere una considerevole elasticità fisica, ma anche mentale, perchè la maggior parte degli esercizi richiedono una non indifferente dose di concentrazione. Per raggiungere buoni risultati bisogna avere molta costanza e essere disposti/e a fare dei sacrifici.
Un'altra virtù (se così la si può chiamare)  della danza è che ti abitua a contare sulle compagne del gruppo e a lavorare insieme. Per esempio, ai saggi di fine anno, ognuna dà il proprio contributo per un miglior risultato del balletto collettivo. O quando, nelle lezioni più faticosa credi di non sopportare più il caldo e ti senti cedere le gambe, sai che non sei solo/a, perchè le altre stanno sopportando la fatica con te. Per ora credo che basti descrivere i sacrifici e le rinunce richieste dalla danza, piuttosto ci terrei a dire che i risultati poi, si vedono eccome!!! Ci si sente più in forma in tutti i sensi e poi non vi riesco a descrivere la soddisfazione che si ha quando si riesce per la prima volta a eseguire una duble piroètte o un esercizio di batteria (esercizi in cui le gambe  eseguono sforbiciate in senso orizzontale in salto)!!!

Di seguito c'è elencato il kit di una ballerina:

BODY: dev'essere avvolgente per permettere all'insegnante di vedere le posizioni della schiena e degli addominali.


CALZAMAGLIA: una ballerina deve essere ordinata, per cui la calzamaglia di solito è rosa pallido e si compra nei negozi di danza. E' fatta con un particolare tessuto più resistente.


SCALDAMUSCOLI: gli scaldamuscoli avvolgono la gamba dalla caviglia fino al ginocchio e servono per tenere i muscoli caldi. Sono di lana o cotone e solitamnete sono rosa o neri.


SCARPE DA SALTO: le scarpe da salto sono soprattutto in pelle, ma si trovano anche di stoffa. Hanno una suola in cuoio molto flessibile che permette di stendere il piede con facilità. Per renderle più comode hanno un elastico che si appoggia al collo del piede.


SCARPE DA PUNTA: sono le calzature più scomode perchè hanno la punta in  gesso e sono molto rigide. La loro rigidità permette al piede di reggersi sulle dita e di sostenere il peso del corpo. Questa scarpa richiede molto allenamento, infatti la si può indossare dai dieci anni e dopo alcuni anni di danza. E' rivestita di raso. Nella zona del tallone sono fissati due nastri che si allacciano sulla caviglia, dietro al malleolo.

CAPELLI: per una ballerina è essenziale legare i capelli durante le lezioni e le esibizioni. negli esercizi più impegnativi danno molto fastidio!

STAR DELLA DANZA!!!!!

Nato a Casale Monferrato, Roberto Bolle è entrato giovanissimo alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala; il primo a notare il suo talento è stato Rudolf Nureyev, che lo ha scelto per interpretare il ruolo di Tadzio nel balletto Morte a Venezia. Nel 1996, appena due anni dopo il suo ingresso nel balletto scaligero, alla fine di un suo spettacolo di Romeo e Giulietta, viene nominato Primo Ballerino dall’allora direttrice del Ballo, Elisabetta Terabust.

Da quel momento è protagonista di balletti classici e contemporanei come La bella addormentata, Cenerentola e Don Chisciotte (Nureyev), Il lago dei cigni (Nureyev-Dowell-Deane-Bourmeister), Schiaccianoci (Wright-Hynd-Deane-Bart), La Bayadère (Makarova), Etudes (Lander), Excelsior (Dell’Ara), Giselle (anche nella nuova versione di Sylvie Guillem), Spectre de la rose, La Sylphide, Manon, Romeo e Giulietta (MacMillan-Deane), Onegin (Cranko), Notre-Dame de Paris (Petit), La Vedova allegra (Hynd), Ondine, Rendez-vous e Thaïs (Ashton), In the middle somewhat elevated (Forsythe), Tre preludi (Stevenson).
Molti anche i ruoli neoclassici: in Agon, Tchajkovsky pas de deux ma soprattutto Apollon musagète, che gli ha permesso di ottenere una candidatura al Premio "Benois de la danse".
Dal 1996 si è intensificata la sua carriera internazionale.
Ha danzato con il Royal Ballet, il Balletto Nazionale Canadese, il Balletto di Stoccarda, il Balletto Nazionale Finlandese, la Staatsoper di Berlino, il Teatro dell’Opera di Vienna, la Staatsoper di Dresda, Il Teatro dell'Opera di Monaco di Baviera, il Wiesbaden Festival, l'8° e il 9° Festival Internazionale di Balletto a Tokyo, il Tokyo Ballet, l’Opera di Roma, il San Carlo di Napoli, il Teatro Comunale di Firenze.
Derek Deane, direttore dell’English National Ballet, ha creato per lui due produzioni: Il lago dei cigni e Romeo e Giulietta, entrambe rappresentate alla Royal Albert Hall di Londra.
In occasione del 10° anniversario dell’Opera del Cairo, ha partecipato ad una spettacolare Aida alle piramidi di Giza e successivamente all’Arena di Verona, per una nuova versione dell’opera trasmessa in mondovisione.
Dal dicembre ’98 è Artista Ospite Residente del Teatro alla Scala.
Nell’ottobre del 2000 ha inaugurato la stagione del Covent Garden di Londra con Il lago dei cigni nella versione di Anthony Dowell e nel novembre è stato invitato al Bolshoi per celebrare il 75° anniversario di Maija Plisetskaja alla presenza del Presidente Putin.
Nel giugno 2002, in occasione del Giubileo, ha danzato a Buckingham Palace al cospetto della Regina d’Inghilterra: l’evento è stato ripreso in diretta dalla BBC e trasmesso in tutti i paesi del Commonwealth.
Nell’ottobre del 2002 al Teatro Bolshoi di Mosca, è stato protagonista con Alessandra Ferri del Romeo e Giulietta di Kenneth MacMillan, nel corso della tournée del Balletto della Scala di Milano.
Nel 2003, in occasione dei festeggiamenti per i 300 anni di San Pietroburgo, ha danzato Il lago dei cigni, ancora con il Royal Ballet, al Teatro Mariinskij. E subito dopo, per il ritorno del Fauno Danzante a Mazara del Vallo, ha danzato l'Aprés-midi d'un faune di Amedeo Amodio.
Nella stagione 2003/2004 gli viene riconosciuto il titolo di Etoile del Teatro alla Scala.
Nel febbraio del 2004 ha danzato trionfalmente al Teatro degli Arcimboldi di Milano ne L’histoire de Manon, per la prima volta accanto ad Alessandra Ferri.
Nel mese di marzo è apparso in mondovisione al Festival di San Remo, danzando L’Uccello di fuoco, un assolo appositamente creato per lui da Renato Zanella.
Invitato al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo nell’ambito del III Festival Internazionale del Balletto, Roberto Bolle ha danzato il ruolo del Cavalier Des Grieux ne L’histoire de Manon ed è stato inoltre tra i protagonisti del Gala finale danzando il pas de deux dal Ballo Excelsior e Summer di J. Kudelka.
Il 1° Aprile 2004 ha ballato al cospetto di Sua Santità Giovanni Paolo II sul sagrato di Piazza San Pietro, in occasione della giornata della Gioventù.
Nel mese di maggio è stato invitato all’Opéra di Parigi, per il balletto Don Chisciotte, e in dicembre per La Bella addormentata.
Nel dicembre 2005 è stato interprete al Covent Garden di Londra, accanto a Darcey Bussell, del revival di Sylvia, nella versione di Frederick Ashton, trasmesso a Natale dalla BBC.
Nel febbraio 2006 Roberto Bolle ha danzato alla cerimonia di apertura, trasmessa in mondovisione, dei Giochi Olimpici Invernali di Torino, interpretando una coreografia appositamente creata per lui da Enzo Cosimi.
L’11 giugno 2007 debutta al Metropolitan di New York per l’addio alle scene americane di Alessandra Ferri portando in scena Manon e il 23 giugno si esibisce in Romeo e Giulietta: la critica americana decreta il suo successo con recensioni entusiaste.
Fra le sue numerose partners: Altynai Asylmuratova, Darcey Bussell, Lisa-Marie Cullum, Viviana Durante, Alessandra Ferri, Carla Fracci, Isabelle Guérin, Sylvie Guillem, Greta Hodgkinson, Margareth Illmann, Susan Jaffe, Lucia Lacarra, Agnès Letestu, Marianela Nuñez, Elena Pankova, Lisa Pavane, Darja Pavlenko, Laetitia Pujol, Tamara Rojo, Polina Semionova, Diana Vishneva, Zenaida Yanowsky, Svetlana Zakharova
Numerosi i premi ricevuti: nel 1995 ha conseguito sia il Premio “Danza e Danza” che il Premio “Positano” quale giovane promessa della danza italiana.
Nel ’99, nella Sala Promoteca del Campidoglio a Roma, gli viene assegnato il Premio “Gino Tani” per aver contribuito con la sua attività a diffondere attraverso il linguaggio del corpo e dell’anima i valori della danza e del movimento. L’anno successivo gli viene conferito in Piazza della Signoria a Firenze il Premio “Galileo 2000” con la consegna del “Pentagramma d’oro”. Riceve inoltre il Premio “Danza e Danza 2001”, il Premio “Barocco 2001” e il Premio “Positano 2001” per l’attività internazionale degli ultimi anni.
Dal 1999 è “Ambasciatore di buona volontà” per l’UNICEF per la quale partecipa a una serie numerosa e significativa di iniziative, fino ad arrivare, nell’estate 2006, all’importante viaggio nel Sud del Sudan per riportare testimonianza diretta della tragica situazione in cui versano le popolazioni del luogo.









Gita in Provenza

19:20, Jun. 13, 2008  ..  0 commenti  ..  Link
Nei giorni 3-4-5 marzo 2008 la nostra professoressa di francese ha deciso di portare le nostre tre classi seconde della scuola media Serafino Gnutti (Lumezzane-BS) in gita, scegliendo come meta la Provenza.
In questo spazio potete trovare il lavoro che ho realizzato  a proposito di  questo viaggio!


PRIMA TAPPA:

EZE VILLAGE E LA PROFUMERIA  “FRAGONARD

 

E’ stata proprio quella la prima tappa del nostro viaggio: Eze Village, un piccolo paesino medievale arroccato su una collina, al quale si arriva salendo per un sentiero sassoso. Èze, che fino al 1861 fu territorio italiano, è un villaggio di circa 2.500 abitanti, situato lungo la Costa Azzurra, non lontano da Nizza, lungo la panoramica 'Moyenne Corniche'.

Prima di incamminarci verso Eze avevamo in programma di visitare la fabbrica di profumi “Fragonard”, poco distante. Appena entrati dal grande portone, sono stata avvolta da un misto  di fragranze che per poco non mi hanno fatto starnutire. E’ stato molto interessante scoprire come viene ottenuto l’impasto per le saponette, che è il prodotto principale della fabbrica. L’essenza profumata,infatti, viene gettata in una macchina che la mescola con delle scaglie di sapone neutro, sciogliendolo. Quando l’impasto è pronto, il sapone esce sotto forma di cilindri lunghi una ventina di centimetri e un operaio, premendoli in uno stampo, da’ loro la forma desiderata.  La visita è stata breve, ma poi la guida ci ha  portati nel negozio e, dopo averci radunati attorno ad un bancone, ci ha consegnato delle linguette di carta profumata; ognuna di esse corrispondeva a un’essenza che avremmo trovato nel negozio di Fragonard. In seguito, ognuno è stato libero di acquistare, oltre ai profumi, anche creme per il viso, gel doccia, saponette e altri prodotti interessanti. Non è stata però la profumeria il pezzo forte di quella prima giornata: appena usciti dall’edificio ci siamo arrampicati sul ripido e ghiaioso sentiero che conduceva a Eze. Fortunatamente le professoresse ci hanno permesso di girare il paese da soli, lasciando a noi il piacere della scoperta. Con alcune mie amiche mi sono divertita a ripetere più volte il giro di Eze. Era come essere in un grande labirinto di stradine che finivano per incrociarsi in un unico punto.

Abbiamo cercato di esplorare ogni angolo e io, per quanti sforzi avessi fatto, non sono riuscita a tenere a freno la macchina fotografica. Da qualsiasi terrazzo abbiamo potuto gustare il colore opaco del mare e l’intensità della vegetazione. Ho subito capito che stavo respirando aria diversa dalla solita: aria di mare, soprattutto pulita; insomma…qualcosa che meriti questa denominazione, dato che a Lumezzane si respira lo smog delle auto!! Mi sono riempita i polmoni di quella freschezza ristoratrice. Mi hanno impressionato molto i negozietti ricavati da vere e proprie “stanzette”. Si vendeva di tutto: dalle confetture ai vestiti, dalle cartoline ai tappeti…era tutto così delizioso e pittoresco che mi sembrava di essere entrata, come una macchia di colore, dentro un quadro di Van Gogh!

In cima a Eze c’era un Giardino Esotico, che però ci è stato sconsigliato. Abbiamo escogitato  lo stesso un modo, se non per entrare, per vedere la vegetazione esotica. Gira e rigira per Eze, ci siamo ritrovate nella piazza della Chiesa e da là abbiamo scorto delle scale piuttosto ripide che portavano al cimitero. Abbiamo provato ad avventurarci, salendo così ancora più in alto. Siamo entrate infine in un vecchissimo cimitero, dove molte tombe erano crepate e gran parte dei fiori erano secchi da un pezzo. Abbiamo continuato a camminare e dopo pochi passi, oltre la rete, si è aperto un panorama incantevole: il mare si stendeva, bagnando la sponda rigogliosa come un velo mosso dal vento e proprio sotto di noi c’era il  Giardino Esotico, con cactus giganti e piante grasse che sembravano scoppiare. C’erano anche degli arbusti rivestiti di fiori gialli che splendevano sotto il sole! Che meraviglia! Ho infilato l’obiettivo della macchina fotografica attraverso la rete e ho scattato alcune foto molto suggestive. Purtroppo, dopo la bella scoperta, era già ora di tornare al pullman, così ci siamo incamminate. Mentre aspettavamo gli ultimi compagni, mi sono affacciata dal muretto; da là si vedevano tante case costruite sui fianchi della montagna, ma la cosa più sorprendente fu che quasi tutte avevano una grande e fresca piscina. Intanto che ammiravo il paesaggio, scattando qua e là qualche fotografia, ho visto che gli altri si stavano già avviando, così li ho seguiti. Mi è dispiaciuto parecchio lasciare quel posto in cui regnava la quiete, ma ho anche pensato che quello era solo l’inizio del nostro viaggio!!!

 

SERENA BONOMI                    II A                              29/03/08




SECONDA TAPPA:


IL CASTELLO DI TARASCON

 

Dopo una bella dormita in hotel e una sostanziosa colazione, ci siamo preparati nell’atrio dell’albergo per recarci in un paese nei pressi di Arles: Tarascon, dove avremmo visitato una fortezza sulle rive del Rodano. Tarascon assunse importanza solo quando venne annessa alla contea di Provenza, perché il fiume sul quale tuttora si affaccia, segnava il confine con il Regno di Francia. Per quanto riguarda il Castello, fu la residenza preferita di Carlo d’Angiò, ma vi soggiornarono anche i galeotti imprigionati.

Dal pullman, potevamo già vedere il grande castello che si stagliava contro il cielo azzurro, accogliendoci in tutta la sua maestosità. Essendo mattina, era ancora chiuso al pubblico, così, aspettando che aprisse, abbiamo fatto un giro al mercato di Tarascon. C’era veramente di tutto: collane e braccialetti, bancarelle di frutta e verdura; vestiti e giocattoli…insomma, in ogni stradina c’erano diversi banchetti, tutte molto interessanti. All’ora prestabilita ci siamo ritrovati in un giardino pubblico, dove abbiamo mangiato i nostri panini. In tarda mattinata il castello ha aperto e  mi ha incuriosito molto, perché le torri salivano nella loro imponenza verso il cielo e sembravano pendere sopra di noi! Il massiccio ponte levatoio in pietra ci ha permesso di superare il fossato sottostante e, varcato l’ingresso dell’alto portone,  siamo entrati nel giardino ombroso, per poi cominciare la visita alle stanze. Per accedere a ogni piano successivo, si doveva sempre salire per delle strette scale a chiocciola, anche un po’ scivolose!! L’ultimo piano è stato il più eccitante perché le scale portavano sul tetto del castello, che non era altro che una terrazza a quarantotto metri da terra, dalla quale si poteva godere uno splendido panorama! Due torri quadrate del castello erano bagnate dal corso del fiume Rodano. Dall’altra parte le torri erano rotonde e si affacciavano su Tarascon e sul fossato sottostante, che in quel momento era prosciugato. Quel castello, in passato,  fu molto funzionale e utile per diversi scopi; infatti, oltre ad essere stato una residenza, funzionò anche come strategica prigione, dal momento che sarebbe stato difficile scappare per i prigionieri, con un profondo fossato da una parte e il Rodano dall’altra!

Dalla terrazza, si apriva una veduta molto suggestiva: le rare nuvole permettevano di scorgere i particolari più lontani e sono rimasta incantata dal color ottanio del fiume, che scorreva placidamente sotto di noi! Ho adocchiato anche le pale eoliche, in lontananza, che muovevano le loro lunghe braccia ad ogni alito di vento. E’ stato difficile scattare le fotografie, perché il vento fresco mi mandava i capelli davanti all’obbiettivo della macchina fotografica. Mi ha colpito particolarmente la vegetazione ancora intatta sulle numerose colline che circondano Tarascon, nonostante le numerose villette sparse qua, impreziosite dalla piscina! Mi sono divertita molto a fare più volte il giro della terrazza, che era molto ampia, perché da ogni posizione si scorgevano nuovi punti interessanti del paesaggio. C’erano alcuni miei compagni che soffrivano di vertigini e non osavano affacciarsi oltre le mura. Secondo me si sono persi una meraviglia che non vedranno da nessun altra parte! Io, invece, ho messo l’obbiettivo della macchina fotografica oltre le feritoie del pavimento, dalle quali si scorgeva l’acqua del fiume e le sue sponde, scattando una foto molto particolare! Quando è stata ora di scendere, ho gettato un ultimo sguardo d’addio alle nuvole, al cielo, alle mura massicce, che avrei potuto rivedere solo cercando tra i miei più vivi ricordi !!!

La sera, nel mio letto, ho ripensato a tutto ciò che avevo visto e vissuto, cercando di rendermi conto della mia fortuna, perchè non tutti hanno la possibilità di vivere esperienze eccitanti e, allo stesso tempo istruttive, come questa!!!

 

 

SERENA BONOMI                                 IIA                                                      26/03/08



TERZA TAPPA:



LES BAUX-DE-PROVENCE E SAINT RéMY

 

Dopo avere visitato il famoso castello di Tarascon ci siamo recati a Les-Baux-de-Provence, un comune francese di 434 abitanti, situato nel dipartimento delle Bocche del Rodano, nella regione Provenza-Alpi-Costa-Azzurra. Questo piccolo comune sorge su uno sperone roccioso, a sud di Avignone e a nord-est di Arles e deve la sua fama al suo importante castello. Durante il Medioevo, Les Baux e i dintorni furono dominati dai Signori di Baux, che, secondo la leggenda, erano gli antenati del Re Magio Baldassarre.

Solo nel 1632 iniziò la decadenza di Les Baux: diventato un centro protestante abitato dai  ribelli, venne fatto smantellare da Richielieu che lo fece radere praticamente al suolo, proprio così come si vede oggi.

Nonostante il castello non si sia perfettamente conservato, Les Baux racchiude un fascino molto speciale, infatti, ancora prima di scendere dal pullman, guardando il paesaggio, ho avvertito un senso di stupore molto insolito: il cielo piuttosto nuvoloso avvolgeva come un pesante mantello tutto ciò che era visibile ai miei occhi. Infine, siamo scesi dal pullman ai piedi di Les Baux e mi ha fatto una certa impressione vedere le rovine del castello levarsi  sopra di noi! Ben presto abbiamo scoperto che  le vie di quel paesino, oltre a essere affascinanti come un gioiello, erano anche molto ripide, poiché avevano mantenuto una struttura medievale! Giunti a un’estremità di Les Baux, si è aperta ai nostri occhi una grande distesa ghiaiosa , interrotta qua e là da qualche piccolo arbusto di un particolare verde intenso, che avevo già visto lungo il percorso; ho subito notato che la vegetazione è meno varia di quella della Costa Azzurra, poiché il paesaggio è costituito in gran parte da innalzamenti rocciosi di colore bianco-grigio, ricoperti da una folta vegetazione di cespugli bassi e verde scuro. Ognuno di noi si è spinto verso un punto panoramico, poiché l’estesa terrazza, situata in cima a Les Baux, offriva una splendida veduta sui suoi dintorni. Per tutto il tempo che siamo stati là, mi è sembrato di tornare indietro di mille anni, proprio nel tempo in cui i cavalieri partivano con i loro cavalli per controllare i possedimenti del Signore di Baux…non mi sarei più mossa da quel posto, dal quale si potevano scorgere, sotto ai propri occhi, le colline verdeggianti e le coltivazioni di vite e di ulivo, curate con attenzione dai contadini. Più in là si stagliavano contro le nuvole le Prealpi Francesi; voltati dall’altra parte, era possibile intravedere una striscia luccicante stendersi all’orizzonte. Da lassù anche il mare era visibile! Mi sembrava di essere stata catapultata dentro un’autentica cartina geografica!!!

Il vento era tagliente e annunciava pioggia., infatti, a distogliermi dai miei pensieri, sono stati i chicchi di grandine che cadevano dal cielo come una tempesta di perle argentee, sparse sul suolo ghiaioso. I pochi alberi ancora spogli erano uno sfondo perfetto per il maltempo. Ben presto, per sfuggire alla grandine che ci colpiva violentemente, ci siamo messi a correre a capofitto tra i sassi per trovare un riparo! E’ stato un luogo spettacolare e  impressionante quello appena descritto, ricco di contrasti e particolarità! E’ stato difficile abbandonare quel posto affascinante, quasi vivo, capace di cambiare espressione nel giro di pochi minuti: dal sole, alle nuvole, alla grandine…non credo di aver mai visto niente di più suggestivo in tutta la mia vita!!

Lasciato Les Baux, eravamo già diretti verso un’altra tappa della nostra gita: Saint Rémy, patria di Nostradamus, che vi nacque nel 1503 e rese famoso questo tranquillo comune  di 9.806 abitanti, situato nello stesso dipartimento e nella medesima regione di Les Baux. Saint Rèmy si trova ai piedi delle Alpilles, modesta catena montuosa prealpinica ricca di oliveti selvatici. Quando siamo arrivati il cielo era cupo e per terra c’erano molte pozzanghere. Mi sentivo il freddo persino nelle ossa e l’idea di lasciare il calduccio del pullman non mi entusiasmava tanto, anche se poi mi sono dovuta aggregare agli altri che stavano partendo per andare alla casa natale del famoso astrologo, scrittore e farmacista Nostradamus. Giunti in un vicolo molto stretto le professoresse ci hanno fatto leggere ciò che c’era scritto su un lastra di marmo infissa nella parete della casa di Nostradamus. L’unico problema stava nel fatto che eravamo troppi e quel passaggio era ridotto. Non è stata molto interessante quest’ultima tappa, a dire il vero, perché oltre alla casa di Nostradamus, che non era nemmeno visitabile, non c’era altro. Le professoresse allora ci hanno dato il permesso di andare in giro da soli. Io e alcune mie amiche abbiamo seguito la professoressa Avaldi, con la quale abbiamo visitato alcuni negozietti tipici. Mentre passeggiavamo per le stradine di Saint Rémy, siamo passate davanti ad una pasticceria e la professoressa  ha pensato bene di comprare e di offrirci alcuni dolci alle mandorle, molto invitanti. Che squisitezza! La pasta alle mandorle si scioglieva in bocca lasciando un delicato sapore genuino e le mandorle scricchiolavano sotto i denti…Quella sublime prelibatezza ci ha accompagnato fino alla piazza nella quale avevamo deciso di ritrovarci. Con l’avvicinarsi della sera, la temperatura si abbassava sempre di più e noi eravamo stretti nelle nostre giacche a vento. Ricordo perfettamente che sull’insegna della farmacia, di tanto in tanto appariva la temperatura, che si aggirava intorno agli otto gradi!! Sfortunatamente alcuni compagni hanno tardato a tornare, così, prima che ci fossimo tutti, è passato un bel po’ di tempo. Come siamo saliti sul pullman mi è sembrato di essere un ghiacciolo che entra nel microonde!! Finalmente un po’ di tepore! Ero così stanca che mi sono addormentata e quando il pullman si è fermato davanti all’hotel, avevo solamente voglia di entrare nella mia stanza, farmi una bella doccia calda, e andare a cena!!


SERENA BONOMI                               II A                                                    12/04/’08



QUARTA TAPPA:



           AIX-EN-PROVENCE E SAINT PAUL DE VENCE

 

I tre giorni trascorsi in Provenza sono passati molto velocemente e la mattina del cinque marzo, giorno della partenza, nelle nostre camere c’era un gran disordine: ognuna di noi era occupata a rifare i bagagli e a raccogliere le ultime cose dal comodino. Io temevo di tardare alla colazione, poiché avevo un certo languorino!

Dopo esserci accertate di avere spento tutte le luci e di avere pulito bene il bagno, ci siamo trovate con gli altri a fare colazione, per poi salire sul pullman e lasciare definitivamente il nostro albergo. La prima tappa di quella giornata è stata Aix-en-Provence, situata nel dipartimento delle Bocche del Rodano. Durante il Medioevo fu la capitale della Provenza e raggiunse il suo massimo splendore e sviluppo dopo il XII secolo, con gli Aragonesi e gli Angioini, che la trasformarono in una città artistica e culturale. Oggi è una città universitaria, prestigiosa a livello storico, per questo è possibile ammirare palazzi e monumenti dell’antichità. Appena arrivati abbiamo seguito le professoresse per le vie pedonali di Aix. Sinceramente ho trovato questa città un po’ sporca, anche perché ci sono molti cani randagi che rendono poco pulite le strade e le piazze. A parte questo è sicuramente una cittadella che possiede un grande patrimonio architettonico: durante la nostra “passeggiata” la professoressa Zobbio ci ha fatto notare la struttura del municipio, che ha sede nell’Hotel de Ville. E’ una costruzione in stile neoclassico risalente alla metà del XVII secolo, che domina una caratteristica piazza quadrata. Inoltre è dotata di una torre con un grande orologio.

Sono rimasta stupita di fronte a quell’attraente edificio pieno di ornamenti e sfarzosità. Dopo un breve tratto di strada siamo giunti di fronte alla magnifica cattedrale di Saint Saveur, realizzata attorno alla fine del 1200 e nella prima metà del 1300. La facciata è in stile gotico- fiammingo, caratterizzato da statue in rilievo, che io ho trovato molto particolari. Insieme alle professoresse abbiamo deciso di far visita all’interno della cattedrale, quindi ci siamo suddivisi in gruppi. Ho osservato volentieri e con attenzione gli affreschi che decoravano le pareti e notavo sempre di più la precisione del pittore che aveva dipinto le facciate. Quando sono arrivata in fondo alla cattedrale sono rimasta un po’ delusa perché lo stile che adornava l’altare, a mio parere, non stava proprio bene con il resto: il leggio e le gambe dell’altare erano costituite da massicce spirali dorate, pesanti alla vista e decisamente fuori luogo. Dopo aver girato la cattedrale abbiamo scoperto che a servizio della parrocchia c’erano delle persone pensionate che davano la loro disponibilità per esporre la storia di St. Saveur. Noi abbiamo approfittato dell’occasione, così due  signore si sono offerte per spiegarci.

Nel mio gruppo è venuta una signora molto simpatica, con i capelli grigi e gli occhi blu. Ci ha portati a vedere il chiostro, che è una vera meraviglia, perché è circondato da un porticato, sostenuto da colonnine di marmo incise con estrema precisione e con un significato molto profondo; ai quattro angoli c’erano i simboli degli evangelisti e su un’altra colonna era raffigurato san Pietro con le chiavi del Paradiso. La nostra “guida” aveva paura che noi non intendessimo bene ciò che diceva, poiché parlava in francese, così continuava a gesticolare con le braccia per farci capire la spiegazione. Ho intuito qualcosa, ma buona parte del discorso è stata tradotta dalla professoressa   Zobbio. Naturalmente la parte interna del chiostro era abbellita con dei fiori colorati e nel centro s’innalzava un pozzo di modeste dimensioni. La professoressa Nassini, alla fine, ha aggiunto che il pozzo interpretava il collegamento tra il sottosuolo, la terra e il cielo. La signora infine ci ha ringraziato e ci ha rivelato di essere affascinata da Brescia, dove è stata anche in vacanza. Dopo esserci salutati abbiamo ripercorso le strade di Aix e siamo giunti al pullman.

 

Il programma, a questo punto, prevedeva, sulla via del ritorno, Sant Paul de Vence come ultima tappa. Verso mezzogiorno siamo arrivati a questo grazioso paesino che conserva una struttura medievale poiché è organizzato in stradine collegate tra loro tramite delle scalette. Avevo molta fame, così non ho esitato a comprare una deliziosa e fumante crêpe alla nutella! Ci è stato permesso di girare da soli St Paul, pieno di negozietti molto carini! Ho comprato della lavanda, una saponetta alla mimosa per mia mamma e una penna per mio papà. Ho anche scattato molte fotografie perché St. Paul è ricco di vialetti fioriti e casette molto pittoresche. Dopo aver passato un bel pomeriggio là è venuta l’ora di partire e lasciare la Provenza per tornare a casa. A dire il vero ero molto stanca, anche se sul pullman, con tutti i miei compagni che chiacchieravano, non mi sono riposata molto.

 E’ stata comunque un’esperienza nuova quella della gita di tre giorni. Ho avuto modo di conoscere località, paesaggi, tradizioni e cibi diversi dai soliti, ma soprattutto ho provato a stare insieme ai miei compagni e ai professori fuori dall’ambiente scolastico!!!

 

SERENA BONOMI                 II A                                  28- 04-2008



 

 

 

 




Amo scrivere...leggi i miei temi!

14:37, Jun. 13, 2008  ..  1 commenti  ..  Link
 Scrivere è uno dei miei hobbies preferiti. Fortunatamente la nostra professoressa di italiano ce ne fa scrivere uno ogni 15 giorni, così, con la scusa che sia un compito, la scrittura ha la priorità!!
Se vuoi conoscermi meglio ti consiglio di leggere questi temi, perchè credo che leggendo qualcosa che qualcun'altro ha scritto ci si possa arricchire. Spero che questi miei piccoli lavori possano essere letti da qualcuno che li apprezzi!!
Grazie,
Serena

TEMA N°1
LA RIA
 

Fin da piccola ho sempre amato molto scorrazzare libera nel  terreno di mio nonno che scendeva ripido  sotto il giardino. Noi chiamavamo affettuosamente quel posto: “Ria”. In cima al pendio, svettava il Vecchio Castagno, che dominava saggio tutte le altre piante e sotto il quale c’era un antico tavolo di marmo, lì da non so quanti anni.

Mio nonno lasciava spesso il suo cane libero nella Ria; a forza di correre avanti e indietro, aveva tracciato numerosi sentierini che facilitavano il passaggio. Pochi metri dopo il tavolo cresceva una lunga siepe verdeggiante che attraversava la Ria da parte a parte e solo in un punto si apriva, lasciando posto a un paio di gradini di legno. Lì cominciava lo spettacolo: gli alberi e i fiori selvatici crescevano felici ovunque e le farfalle volavano lievi nell’erba. Nella Ria non c’era mai silenzio; gli uccellini cantavano sempre e, soprattutto i merli, non avevano paura ad avvicinarsi. Ricordo questo come fosse ieri, ma rivivo ancor più volentieri le avventure passate con le mie amiche nella Ria che era diventata un po’ il nostro piccolo mondo, abitato da Gnomi e Folletti; lo difendevamo come meglio potevamo da cattivissimi Guznag, esseri  piccoli e pestiferi che devastavano la natura…

Passavamo molto tempo insieme e, durante le nostre scorribande,  ce ne capitavano di cotte e di crude!!.  L’ultimo pezzo della Ria era il più ripido, lungo il quale crescevano indisturbati i pungitopo. Noi, per divertimento, facevamo a gara a chi, dal basso, arrivava prima in cima alla salita scoscesa. Un giorno accadde che, giocando, una delle mie amiche scivolò e cadde dentro i pungitopo; per fortuna non si fece niente!

A forza di stare nella Ria, imparai alcune tecniche fondamentali come, per esempio, su quali sassi mettere i piedi, quali erbe fossero robuste e quali no…Questi trucchetti, però, non sempre funzionavano; infatti, una volta, mentre correvo per uno stretto sentiero, la terra franò ed io, per non cadere, mi aggrappai a un alberello che all’apparenza era molto carino, ma di fatto era pieno di spine. Mi ritrovai per terra con le mani dolenti! Tuttavia non mi arrabbiavo perché quelli, dopotutto, erano gli incidenti del mio mondo… sempre meglio di quelli che succedono sulle strade!!! Andavo molto fiera della nostra Ria perché sapevo che pochi godevano di una simile fortuna. Forse sembra esagerato descriverla così, ma per me la Ria era come una persona: era una maga! Infatti cambiava sempre.

D’inverno, come tutti, aveva freddo e quindi si sceglieva la coperta più bianca e morbida per riposare. Era una meraviglia vedere la neve ricoprire tutto e quando scendevo nella Ria addormentata, come per incanto, avrei voluto riposare anch’io con lei. Quando poi finiva la stagione fredda, gli alberi e i cespugli si scoprivano e sbadigliavano,come se ad un tratto fosse venuto mattino. In primavera inoltrata era ancora più bello perché le chiome rigogliose degli alberi oscillavano dolcemente al vento e il polline si levava in aria e scompariva in alto. Al tramonto, i raggi caldi del sole s’infilavano stanchi tra i rami e le foglie per cercare riparo e si ritiravano per poi sparire dietro i monti. Ho ammirato tante volte questa meraviglia e ho desiderato che quel momento non finisse mai. Naturalmente, la primavera era il periodo più bello per giocare e stare all’aria aperta: mi piaceva molto annusare il profumatissimo gelsomino che emanava una fragranza delicata. Un’altra cosa che amavo fare era cogliere le primule, infilarmi il loro stelo corto e forato in bocca e suonarle; infatti le primule emettono un suono simile a quello di un fischietto, ma molto più melodioso.

Dopo la primavera, in estate, passavo il mio tempo a cercare le fragoline di bosco; erano grandi quanto un’unghia e si scioglievano in bocca lasciando una dolcezza incomparabile!

Nelle estati più calde, era un sollievo andare nella Ria e sedersi sotto un pesco, godendosi l’arietta fresca che danzava, offrendo ristoro.

I grilli allietavano le serate estive con il loro canto, suscitando una sensazione di pace e serenità.

Naturalmente, non era da meno l’autunno, stagione in cui la Ria si dava all’arte e in un baleno trasformava tutto: gli alberi, i cespugli erano sempre allegri e scherzosi, le foglie secche si divertivano a farti scivolare non appena passavi e il Vecchio Castagno ti buttava decine di castagne giganti in testa; finché erano castagne non facevano male, il peggio era quando decideva di tirarti i ricci!! Tutto questo è solo un ricordo. Un ricordo di un bosco che da bambina credevo immenso e indistruttibile, invece un giorno, una grossa ruspa entrò rombante dal cancello della Ria e con le sue fauci sbranò dieci anni di avventure stupende. Le sue ruote incisero il terreno indifeso e, proprio vicino al tavolo di marmo, arrivò anche un camion che si portò via la siepe.

Pochi giorni dopo i muratori montarono la gru che con le sue ruote estirpò gli armoniosi sentierini di terriccio bruno. Solo allora capii che mentre io crescevo , anche la Ria se ne stava andando; scoprii che anche lei, come tutti, non era né indistruttibile, né invincibile. Ho impressi nella memoria i boscaioli che abbattevano uno dei ciliegi che, anche se non dava frutti, ogni anno si vestiva di tanti fiorellini bianchi che ondeggiavano sui rami. Fu così che anche il Ciliegio se ne andò, cadendo senza un grido.

Mi rassegnai e assistetti con gran dolore alla costruzione di quella che doveva essere la futura casa di mia zia.

Ora i lavori sono finiti da un anno circa, ed è proprio vedendo quel piccolo pezzo di Ria che è rimasto che ho voluto ricordarla con una descrizione. Adesso è nuda e spoglia; alcuni calcinacci giacciono ancora sul terreno morto.

Credo di non averla mai ringraziata abbastanza per tutto quello che mi ha insegnato e che mi ha saputo dare.

(Con questo tema ho vinto il terzo premio al Concorso letterario "Racconto d'Inverno" di Lumezzane, nella categoria 11-14 anni)
TEMA N°2

L’ELEFANTINO DI MALACHITE

 

E’ sempre lì, sull’angoliera del salotto, davanti alla fotografia dei miei nonni materni. Mia nonna amava moltissimo quell’elefantino. Gliel’aveva portato suo fratello, missionario in Zambia e da quel giorno l’aveva custodito come un grande tesoro. E’ di malachite, non più alto di un pollice.

Io trovo questa pietra bellissima, unica nel suo genere: le sue venature sono in certi punti color acqua, in altri, più scure, come le foreste; c’è anche del nero e non saprei dire se sia opaco o lucido.

La cosa più bella però è che quando lo esponi alla luce, i suoi colori assumono un non so ché di liquido e incredibilmente vivo. Se lo si guarda attentamente è  anche possibile  individuarne dei disegni; io vi ho trovato il vento, descritto da una rosa verde smeraldo con una coda ondulata, e una pelle di serpente… Gli occhi dell’elefantino sembrano due gocce bianche immerse in quel turbine di macchie, colori, fantasia…Se solo penso che è stato scolpito a mano in Africa!                                                                                                                                                                Mia nonna aveva parecchie statuine di questo tipo, ma l’elefantino era di certo il suo preferito.

Ricordo la sua disperazione quando, un giorno , si accorse che l’elefantino non era al suo posto! L’aveva perso! In men che non si dica, la sua casa si trasformò in un vero magazzino. Mobili spostati, cassetti aperti e un frenetico andare e venire da una stanza all’altra .Tutto per quell’elefantino che, probabilmente aveva spostato mentre spolverava. Non si diede pace finché non l’ebbe ritrovato! Credo che l’avesse così a cuore perché le ricordava l’Africa e i suoi animali, che tanto amava, e  l’idea di dover raccontare a suo fratello che aveva perso la malachite le dispiaceva immensamente.

Ora che mia nonna non c’è più, mi piace pensare che l’elefantino in posizione di marcia, sia simile a lei, che amava tanto camminare… Mia nonna li aveva visti davvero gli elefanti e io le chiedevo sempre com’erano, che cosa facevano…poi prendevo l’elefantino e lo facevo correre sul suo divano, fingendo che fosse la Savana e gli facevo vivere le avventure che mia nonna mi raccontava. Per fortuna non mi è mai caduto e ancora adesso ho paura a prenderlo fra le dita, che mi tremano. Se solo mi scivolasse e si crepasse, non sarebbe più quello di prima e mi sembrerebbe di fare un torto alla nonna, alla quale ero tanto affezionata..

Mi sono sempre chiesta come sia l’elefantino all’ interno, ma naturalmente, per scoprirlo, dovrei romperlo e quindi rimarrà sempre un mistero. Non mi resta quindi che immaginarlo…Le venature potrebbero essere sempre uguali a quelle esterne fino al centro della pietra oppure cambiare i motivi ad ogni strato. Un’altra dote della malachite è quella di aprirti l’immaginazione e farti trovare in ogni pezzo il disegno in cui ti riconosci di più… Forse è proprio questo il motivo per cui sono tanto attratta da questo piccolo elefante: in lui vedo la Savana africana e il sole infuocato che al crepuscolo altera i suoi colori … sento i barriti lontani di un branco di elefanti, che si reca al fiume placido per abbeverarsi dopo una giornata afosa… vecchissimi alberi si stagliano all’orizzonte, stendendo accuratamente le loro lunghe ombre sulla sabbia ancora calda e, ad ogni tremito di vento, dalle loro chiome, si librano stormi di uccelli che si perdono tra le nuvole rossastre…

Spero che l’elefantino non si stanchi mai di narrare le sue storie e che chi lo guardi sappia sempre  tenere viva l’immaginazione per ascoltarle.

 

BONOMI     SERENA                                                                                   11 aprile 2007



IL LAGO AVIOLO

 

Domenica scorsa io e la mia famiglia siamo partiti con i miei zii e degli amici e siamo andati a Vezza d’Oglio, in Val Camonica; da là parte una camminata che dura un’ora circa e giunge ad un rifugio: il rifugio Aviolo. La nostra intenzione,una volta giunti in cima, era di continuare fino al lago che distava pochi minuti dal rifugio.

Partimmo con i nostri zaini e le racchette da montagna. Il sentiero si presentò subito ripido, era in mezzo al bosco. Percorremmo il primo pezzo all’ombra anche se eravamo già tutti sudati. Quando passammo sotto una specie di nicchia, cogliemmo l’occasione per bagnarci un po’, poiché grandi goccioloni d’acqua scivolavano dalla roccia. Quella frescura purtroppo finì presto perché, voltato lo sguardo, scoprimmo che ci aspettava una lunga rampata rocciosa che saliva per il pendìo. Oltretutto era al sole e il caldo batteva sulle nude pietre e si ripercuoteva su di noi. Che fatica!!

Quando finalmente arrivammo al rifugio ci recammo tutti,come un gregge di pecore, alla fontanella dalla quale sgorgava la fresca acqua di sorgente. Io ero stanca morta e quando sentii che gli altri intendevano andare al lago Aviolo provai a protestare,ma poiché non volevo stare da sola al rifugio a badare ai miei fratelli, mi autoconvinsi che sarebbe stato meglio andare con i miei a questo benedetto laghetto.

Dietro la curva però, si aprì ai miei occhi uno spettacolo indescrivibile che mi fece dimenticare ogni fatica: un laghetto si stendeva come un velo in una vallata stretta tra due montagne; era circondato da modesti pini che scendevano dai ripidi prati e sullo sfondo… un grande tappeto erboso attraversato dal torrente e infine il ghiaione, sotto al ghiacciaio che si alzava maestoso con la sua cascata. Fu proprio da quella parte che andammo e ci fermammo al fiume, ci levammo le scarpe e immergemmo i piedi nell’acqua gelida. Il fiume sembrava uno specchio che riluceva alla luce del sole e quel freddo di montagna era proprio tagliente come il vetro… Brrr… Era bellissimo tenere i piedi nell’acqua e guardare le montagne che si stagliavano contro il cielo terso… assaporare l’aria libera e solitaria che ti spettinava i capelli ad ogni alito di vento…quell’aria che probabilmente era passata tra le corna di un camoscio e avrebbe solleticato le ali di un’aquila che con la sua acutissima vista forse ci stava osservando dall’alto. Era già quasi l’una quando tornammo al rifugio. Dopo aver mangiato ci recammo di nuovo al laghetto che splendeva più che mai. Non saprei come descrivere quel suo colore tutto particolare. So solo dire che sembrava che le montagne e il cielo si fossero uniti e avessero dato vita al laghetto. Verso le tre imboccammo il sentiero del ritorno e, giunti al parcheggio, mangiammo e ci cambiammo le scarpe, poi partimmo con il ricordo di quella giornata meravigliosa.

Forse la montagna , con i suoi sentieri selvaggi, fa sudare e faticare,ma poi, ha un modo tutto suo di ricompensarti.

 

SERENA BONOMI                                                                            18-07- ‘07



UN’OSPITE INASPETTATA

 

 

Solesempre era un piccolo regno dove il sole splendeva sempre.

Gli abitante di Solesempre avevano l’abitudine di accogliere con grande entusiasmo qualsiasi turista.

Quel giorno, il re e la regina di Solesempre erano pronti a dare una notizia terrificante ai loro sudditi: non era mai capitato in quel piccolo paese che venisse per le vacanze un turista assai strano. All’alba, il re Solinka fece mandare il suo messaggero a lasciare in ogni casa una lettera che annunciasse chiaramente l’arrivo della …Signora Pioggia!!

Gli abitanti volevano serrare le loro case come meglio potevano, ma … l’idea di dover organizzare una festa li attirava troppo; così alcuni rappresentanti del paese parlarono con il re e con la regina a nome del popolo dicendo: “Noi siamo qui per chiedervi il permesso di preparare una festa anche per la signora Pioggia, d- dopo tutto anche lei merita di essere la “benvenuta” fra noi …” Il re era abbastanza turbato; la regina Soleste sgranò i suoi grandi, meravigliosi occhi verdi; i corpi impettiti delle guardie si irrigidirono al sentir queste parole: con i visi sconvolti, si misero a borbottare tra loro; la fedele barboncina della principessa Solestizia cominciò a saltare sul sofà e ad abbaiare con quanta più voce aveva; al consigliere del re caddero per terra gli occhialetti dalla montatura d’oro e la parrucchiera della regina diventò bianca come uno straccio. Il re gridò a squarciagola: “Ora basta; manteniamo la calma!” Nella stanza regnò un silenzio di tomba; si sentì solo il rumorino del consigliere che raccoglieva gli occhiali, ormai un po’ rotti e rovinati, e li riponeva con attenzione sul piccolo naso appuntito. Il re si accarezzò nervosamente la barbetta caprina e poi rispose: “Anche secondo me la pioggia va accolta come tutti gli altri turisti; da domani tutti rispetteranno questa nuova legge: non si faranno più distinzioni.

D’ora in poi, questa sarà la nuova legge base di Solesempre.

I giorni passavano e tutti si davano da fare per preparare la festa alla signora Pioggia: c’era che preparava le torte e i pasticcini; dai forni delle pittoresche casine di Solesempre fumava un irresistibile profumino di ciambelle; perfino i bambini si davano da fare preparando coloratissimi e allegri festoni di benvenuto; i falegnami  tiravano a nuovo vecchi tavoli tarlati e, se necessario, ne costruivano altri.

Finalmente, la signora Pioggia si fece sentire. Dapprima, si manifestarono nel cielo grandi nuvolosi neri che avanzavano a gran velocità verso la gente. Il Vecchio Saggio Solktatarium affermò che dentro quelle nubi viveva la Pioggia; ed ecco che si aprirono due di quei grandi cotoni grigi e neri: fu lì che iniziarono a cadere i primi goccioloni di acqua, mentre una donna camminava speditamente: ma non era una donna normale, era così limpida e pallida che sembrava fosse fatta interamente di vetro e cristalli: era umida e fresca. Si fermò davanti ai cittadini che l’aspettavano e disse con voce soave e delicata: “Oh, ma che gentili, mi avete perfino preparato una festa! Vi saprò ricompensare.” Però un uomo intervenne: “E come? Bagnandoci dalla testa ai piedi, o rovinando le nostre pietanze?” La pioggia non si spazientì e sospirò: “Ma guardatevi intorno: la vostra terra non vi sembra un pochino…come si può dire … SECCA!”

Tutti si guardarono attorno: infatti,in quel paese dove c’era tanto sole, crescevano molti alberi, ma nessuno di loro dava frutto; erano rare le macchie di verde sul terreno duro, secco, quasi crepato.

Ad un tratto le gocce si fecero più forti e fitte, da non vedere più niente; quasi subito tutto il trambusto cessò e si udì solo i ticchettio dei pesanti goccioloni. La gente, prima un po’ preoccupata e agitata, scrutò i prati, i campi e i giardini e … sorpresa! La pioggia aveva cambiato ogni cosa: tutto era verdeggiante, dolcissimi fichi sembravano dire “prendimi”!! Sugli alberi di pesco dei fiorellini rosa ondeggiavano al vento e le mele e le pere parevano tempestate di perle.

Gli abitanti allora compresero di essersi sbagliati a giudicare la pioggia ancora prima di averla conosciuta. Capirono che tutti esistono per migliorare il mondo e per dare felicità.



SERENA BONOMI

(Con questo tema ho vinto il Concorso letterario " Racconto d'Inverno" , di Lumezzane, nella categoria 6-10 anni- 2006)


LA SCOGLIERA CORALLINA

 

*Descrivo un’esperienza come se fosse realmente accaduta, ma che non ho mai vissuto.

 

Ero in Australia da qualche giorno con una mia amica e il momento tanto atteso stava già arrivando. La nostra guida, che era italiana, ma aveva vissuto molto tempo là,  ci portò finalmente a esplorare la grande Scogliera Corallina. In riva al mare ci aspettavano delle persone a bordo di un motoscafo. Insieme ci spingemmo al largo e la barca si fermò nel bel mezzo dell’Oceano. Avevamo già indosso le tute subacquee e la nostra guida ci ordinò di mettere le bombole e la maschera; il mare turchino era pronto ad accoglierci nella sua limpidità. Con un tuffo ci immergemmo tutti e tre. Appena il mio corpo sprofondò nell’acqua centinaia di bollicine risalivano verso l’alto. Quando sparirono riuscii a vedere i miei compagni di avventura. C’era un silenzio stranissimo, interrotto solo dal fremito del mio respiro. Con un gesto del braccio la guida ci invitò a seguirlo e noi ci lasciammo alle spalle l’ombra del motoscafo. Dopo pochi metri si presentò ai nostri occhi uno spettacolo grandioso… inimmaginabile… La grande Scogliera colpì i nostri occhi con il suo fascino; i raggi del sole pallido riuscivano ancora a  filtrare dalla superficie, creando un gioco di luci e colori che non avevo mai visto da nessun’altra parte. Decine di alghe rosse ondeggiavano ad ogni minima vibrazione nell’acqua. Gruppi di pesci colorati nuotavano in tutte le direzioni. La guida ci fece capire che non c’era tempo da perdere e che ciò era solo l’anticamera di tutto il resto. Al nostro passaggio i pesci, impauriti, cambiavano direzione ed era formidabile come riuscissero a ritirarsi in minuscoli buchi scavati dentro il corallo.

Più avanti potemmo osservare i pesci pagliaccio che entravano e uscivano dai loro anemoni e nuotavano lievi tra le piante e i coralli. I pesci farfalla erano meravigliosi: con la loro pinna allungata verso l’alto e la loro bocca sottile. Le loro strisce gialle e nere li rendevano ancora più vivaci ed eleganti. Mentre nuotavamo vedemmo delle grosse ombre sotto di noi. Alzammo la testa e, meravigliati, scoprimmo che era una famiglia di innocue tartarughe marine che stavano passando per la Scogliera; le ammirammo volteggiare tranquille fino a che non sparirono dietro un spuntone di roccia.

Giunti a un certo punto, vedemmo un arco fatto interamente di corallo rosa, all’interno del quale erano cresciute delle buffe alghe variopinte; ci fermammo. La guida si avvicinò all’arco e lo oltrepassò. Al suo passaggio, tutti i pesci che vi passavano, erano spariti nelle alghe a velocità fulminea, per poi ritornare a nuotare liberi come prima. Anche noi lo imitammo e in un certo senso mi sentii un’intrusa. Mi sentivo troppo grande per passare in mezzo a tutti quei pesciolini indisturbati. Proprio in quel momento la guida indicò con un dito l’orologio: erano passati già tre quarti d’ora; ci restava ancora qualche minuto per tornare indietro e riemergere. Ripercorremmo la Scogliera e presto fu di nuovo visibile il motoscafo. La guida tirò la corda appesa al bordo del motoscafo. L’equipaggio calò una scaletta. Ero triste.. riguardai per l’ultima volta quella meraviglia lontana, raccogliendo nel mio cuore tutto ciò che avevo visto e vissuto. Infine, mi aggrappai anch’io alla scaletta e riemersi. Tutto cambiò: il silenzio rilassante che c’era là sotto era sostituito dalle grida stridule dei gabbiani e le voci degli aironi in lontananza. Man mano che la costa si avvicinava, aumentava anche il vociare della gente. L’unica cosa per cui ero felice, era la certezza che quello che avevo visto non era un sogno, ma pura realtà, nascosta negli abissi.

 

SERENA BONOMI                                                                                  26-10-2007


 



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