Dietro le nuvole c'è sempre il sereno - Amo scrivere...leggi i miei temi!

Dietro le nuvole c'è sempre il sereno 

Amo scrivere...leggi i miei temi!

14:37, Jun. 13, 2008  ..  1 commenti  ..  Link
 Scrivere è uno dei miei hobbies preferiti. Fortunatamente la nostra professoressa di italiano ce ne fa scrivere uno ogni 15 giorni, così, con la scusa che sia un compito, la scrittura ha la priorità!!
Se vuoi conoscermi meglio ti consiglio di leggere questi temi, perchè credo che leggendo qualcosa che qualcun'altro ha scritto ci si possa arricchire. Spero che questi miei piccoli lavori possano essere letti da qualcuno che li apprezzi!!
Grazie,
Serena

TEMA N°1
LA RIA
 

Fin da piccola ho sempre amato molto scorrazzare libera nel  terreno di mio nonno che scendeva ripido  sotto il giardino. Noi chiamavamo affettuosamente quel posto: “Ria”. In cima al pendio, svettava il Vecchio Castagno, che dominava saggio tutte le altre piante e sotto il quale c’era un antico tavolo di marmo, lì da non so quanti anni.

Mio nonno lasciava spesso il suo cane libero nella Ria; a forza di correre avanti e indietro, aveva tracciato numerosi sentierini che facilitavano il passaggio. Pochi metri dopo il tavolo cresceva una lunga siepe verdeggiante che attraversava la Ria da parte a parte e solo in un punto si apriva, lasciando posto a un paio di gradini di legno. Lì cominciava lo spettacolo: gli alberi e i fiori selvatici crescevano felici ovunque e le farfalle volavano lievi nell’erba. Nella Ria non c’era mai silenzio; gli uccellini cantavano sempre e, soprattutto i merli, non avevano paura ad avvicinarsi. Ricordo questo come fosse ieri, ma rivivo ancor più volentieri le avventure passate con le mie amiche nella Ria che era diventata un po’ il nostro piccolo mondo, abitato da Gnomi e Folletti; lo difendevamo come meglio potevamo da cattivissimi Guznag, esseri  piccoli e pestiferi che devastavano la natura…

Passavamo molto tempo insieme e, durante le nostre scorribande,  ce ne capitavano di cotte e di crude!!.  L’ultimo pezzo della Ria era il più ripido, lungo il quale crescevano indisturbati i pungitopo. Noi, per divertimento, facevamo a gara a chi, dal basso, arrivava prima in cima alla salita scoscesa. Un giorno accadde che, giocando, una delle mie amiche scivolò e cadde dentro i pungitopo; per fortuna non si fece niente!

A forza di stare nella Ria, imparai alcune tecniche fondamentali come, per esempio, su quali sassi mettere i piedi, quali erbe fossero robuste e quali no…Questi trucchetti, però, non sempre funzionavano; infatti, una volta, mentre correvo per uno stretto sentiero, la terra franò ed io, per non cadere, mi aggrappai a un alberello che all’apparenza era molto carino, ma di fatto era pieno di spine. Mi ritrovai per terra con le mani dolenti! Tuttavia non mi arrabbiavo perché quelli, dopotutto, erano gli incidenti del mio mondo… sempre meglio di quelli che succedono sulle strade!!! Andavo molto fiera della nostra Ria perché sapevo che pochi godevano di una simile fortuna. Forse sembra esagerato descriverla così, ma per me la Ria era come una persona: era una maga! Infatti cambiava sempre.

D’inverno, come tutti, aveva freddo e quindi si sceglieva la coperta più bianca e morbida per riposare. Era una meraviglia vedere la neve ricoprire tutto e quando scendevo nella Ria addormentata, come per incanto, avrei voluto riposare anch’io con lei. Quando poi finiva la stagione fredda, gli alberi e i cespugli si scoprivano e sbadigliavano,come se ad un tratto fosse venuto mattino. In primavera inoltrata era ancora più bello perché le chiome rigogliose degli alberi oscillavano dolcemente al vento e il polline si levava in aria e scompariva in alto. Al tramonto, i raggi caldi del sole s’infilavano stanchi tra i rami e le foglie per cercare riparo e si ritiravano per poi sparire dietro i monti. Ho ammirato tante volte questa meraviglia e ho desiderato che quel momento non finisse mai. Naturalmente, la primavera era il periodo più bello per giocare e stare all’aria aperta: mi piaceva molto annusare il profumatissimo gelsomino che emanava una fragranza delicata. Un’altra cosa che amavo fare era cogliere le primule, infilarmi il loro stelo corto e forato in bocca e suonarle; infatti le primule emettono un suono simile a quello di un fischietto, ma molto più melodioso.

Dopo la primavera, in estate, passavo il mio tempo a cercare le fragoline di bosco; erano grandi quanto un’unghia e si scioglievano in bocca lasciando una dolcezza incomparabile!

Nelle estati più calde, era un sollievo andare nella Ria e sedersi sotto un pesco, godendosi l’arietta fresca che danzava, offrendo ristoro.

I grilli allietavano le serate estive con il loro canto, suscitando una sensazione di pace e serenità.

Naturalmente, non era da meno l’autunno, stagione in cui la Ria si dava all’arte e in un baleno trasformava tutto: gli alberi, i cespugli erano sempre allegri e scherzosi, le foglie secche si divertivano a farti scivolare non appena passavi e il Vecchio Castagno ti buttava decine di castagne giganti in testa; finché erano castagne non facevano male, il peggio era quando decideva di tirarti i ricci!! Tutto questo è solo un ricordo. Un ricordo di un bosco che da bambina credevo immenso e indistruttibile, invece un giorno, una grossa ruspa entrò rombante dal cancello della Ria e con le sue fauci sbranò dieci anni di avventure stupende. Le sue ruote incisero il terreno indifeso e, proprio vicino al tavolo di marmo, arrivò anche un camion che si portò via la siepe.

Pochi giorni dopo i muratori montarono la gru che con le sue ruote estirpò gli armoniosi sentierini di terriccio bruno. Solo allora capii che mentre io crescevo , anche la Ria se ne stava andando; scoprii che anche lei, come tutti, non era né indistruttibile, né invincibile. Ho impressi nella memoria i boscaioli che abbattevano uno dei ciliegi che, anche se non dava frutti, ogni anno si vestiva di tanti fiorellini bianchi che ondeggiavano sui rami. Fu così che anche il Ciliegio se ne andò, cadendo senza un grido.

Mi rassegnai e assistetti con gran dolore alla costruzione di quella che doveva essere la futura casa di mia zia.

Ora i lavori sono finiti da un anno circa, ed è proprio vedendo quel piccolo pezzo di Ria che è rimasto che ho voluto ricordarla con una descrizione. Adesso è nuda e spoglia; alcuni calcinacci giacciono ancora sul terreno morto.

Credo di non averla mai ringraziata abbastanza per tutto quello che mi ha insegnato e che mi ha saputo dare.

(Con questo tema ho vinto il terzo premio al Concorso letterario "Racconto d'Inverno" di Lumezzane, nella categoria 11-14 anni)
TEMA N°2

L’ELEFANTINO DI MALACHITE

 

E’ sempre lì, sull’angoliera del salotto, davanti alla fotografia dei miei nonni materni. Mia nonna amava moltissimo quell’elefantino. Gliel’aveva portato suo fratello, missionario in Zambia e da quel giorno l’aveva custodito come un grande tesoro. E’ di malachite, non più alto di un pollice.

Io trovo questa pietra bellissima, unica nel suo genere: le sue venature sono in certi punti color acqua, in altri, più scure, come le foreste; c’è anche del nero e non saprei dire se sia opaco o lucido.

La cosa più bella però è che quando lo esponi alla luce, i suoi colori assumono un non so ché di liquido e incredibilmente vivo. Se lo si guarda attentamente è  anche possibile  individuarne dei disegni; io vi ho trovato il vento, descritto da una rosa verde smeraldo con una coda ondulata, e una pelle di serpente… Gli occhi dell’elefantino sembrano due gocce bianche immerse in quel turbine di macchie, colori, fantasia…Se solo penso che è stato scolpito a mano in Africa!                                                                                                                                                                Mia nonna aveva parecchie statuine di questo tipo, ma l’elefantino era di certo il suo preferito.

Ricordo la sua disperazione quando, un giorno , si accorse che l’elefantino non era al suo posto! L’aveva perso! In men che non si dica, la sua casa si trasformò in un vero magazzino. Mobili spostati, cassetti aperti e un frenetico andare e venire da una stanza all’altra .Tutto per quell’elefantino che, probabilmente aveva spostato mentre spolverava. Non si diede pace finché non l’ebbe ritrovato! Credo che l’avesse così a cuore perché le ricordava l’Africa e i suoi animali, che tanto amava, e  l’idea di dover raccontare a suo fratello che aveva perso la malachite le dispiaceva immensamente.

Ora che mia nonna non c’è più, mi piace pensare che l’elefantino in posizione di marcia, sia simile a lei, che amava tanto camminare… Mia nonna li aveva visti davvero gli elefanti e io le chiedevo sempre com’erano, che cosa facevano…poi prendevo l’elefantino e lo facevo correre sul suo divano, fingendo che fosse la Savana e gli facevo vivere le avventure che mia nonna mi raccontava. Per fortuna non mi è mai caduto e ancora adesso ho paura a prenderlo fra le dita, che mi tremano. Se solo mi scivolasse e si crepasse, non sarebbe più quello di prima e mi sembrerebbe di fare un torto alla nonna, alla quale ero tanto affezionata..

Mi sono sempre chiesta come sia l’elefantino all’ interno, ma naturalmente, per scoprirlo, dovrei romperlo e quindi rimarrà sempre un mistero. Non mi resta quindi che immaginarlo…Le venature potrebbero essere sempre uguali a quelle esterne fino al centro della pietra oppure cambiare i motivi ad ogni strato. Un’altra dote della malachite è quella di aprirti l’immaginazione e farti trovare in ogni pezzo il disegno in cui ti riconosci di più… Forse è proprio questo il motivo per cui sono tanto attratta da questo piccolo elefante: in lui vedo la Savana africana e il sole infuocato che al crepuscolo altera i suoi colori … sento i barriti lontani di un branco di elefanti, che si reca al fiume placido per abbeverarsi dopo una giornata afosa… vecchissimi alberi si stagliano all’orizzonte, stendendo accuratamente le loro lunghe ombre sulla sabbia ancora calda e, ad ogni tremito di vento, dalle loro chiome, si librano stormi di uccelli che si perdono tra le nuvole rossastre…

Spero che l’elefantino non si stanchi mai di narrare le sue storie e che chi lo guardi sappia sempre  tenere viva l’immaginazione per ascoltarle.

 

BONOMI     SERENA                                                                                   11 aprile 2007



IL LAGO AVIOLO

 

Domenica scorsa io e la mia famiglia siamo partiti con i miei zii e degli amici e siamo andati a Vezza d’Oglio, in Val Camonica; da là parte una camminata che dura un’ora circa e giunge ad un rifugio: il rifugio Aviolo. La nostra intenzione,una volta giunti in cima, era di continuare fino al lago che distava pochi minuti dal rifugio.

Partimmo con i nostri zaini e le racchette da montagna. Il sentiero si presentò subito ripido, era in mezzo al bosco. Percorremmo il primo pezzo all’ombra anche se eravamo già tutti sudati. Quando passammo sotto una specie di nicchia, cogliemmo l’occasione per bagnarci un po’, poiché grandi goccioloni d’acqua scivolavano dalla roccia. Quella frescura purtroppo finì presto perché, voltato lo sguardo, scoprimmo che ci aspettava una lunga rampata rocciosa che saliva per il pendìo. Oltretutto era al sole e il caldo batteva sulle nude pietre e si ripercuoteva su di noi. Che fatica!!

Quando finalmente arrivammo al rifugio ci recammo tutti,come un gregge di pecore, alla fontanella dalla quale sgorgava la fresca acqua di sorgente. Io ero stanca morta e quando sentii che gli altri intendevano andare al lago Aviolo provai a protestare,ma poiché non volevo stare da sola al rifugio a badare ai miei fratelli, mi autoconvinsi che sarebbe stato meglio andare con i miei a questo benedetto laghetto.

Dietro la curva però, si aprì ai miei occhi uno spettacolo indescrivibile che mi fece dimenticare ogni fatica: un laghetto si stendeva come un velo in una vallata stretta tra due montagne; era circondato da modesti pini che scendevano dai ripidi prati e sullo sfondo… un grande tappeto erboso attraversato dal torrente e infine il ghiaione, sotto al ghiacciaio che si alzava maestoso con la sua cascata. Fu proprio da quella parte che andammo e ci fermammo al fiume, ci levammo le scarpe e immergemmo i piedi nell’acqua gelida. Il fiume sembrava uno specchio che riluceva alla luce del sole e quel freddo di montagna era proprio tagliente come il vetro… Brrr… Era bellissimo tenere i piedi nell’acqua e guardare le montagne che si stagliavano contro il cielo terso… assaporare l’aria libera e solitaria che ti spettinava i capelli ad ogni alito di vento…quell’aria che probabilmente era passata tra le corna di un camoscio e avrebbe solleticato le ali di un’aquila che con la sua acutissima vista forse ci stava osservando dall’alto. Era già quasi l’una quando tornammo al rifugio. Dopo aver mangiato ci recammo di nuovo al laghetto che splendeva più che mai. Non saprei come descrivere quel suo colore tutto particolare. So solo dire che sembrava che le montagne e il cielo si fossero uniti e avessero dato vita al laghetto. Verso le tre imboccammo il sentiero del ritorno e, giunti al parcheggio, mangiammo e ci cambiammo le scarpe, poi partimmo con il ricordo di quella giornata meravigliosa.

Forse la montagna , con i suoi sentieri selvaggi, fa sudare e faticare,ma poi, ha un modo tutto suo di ricompensarti.

 

SERENA BONOMI                                                                            18-07- ‘07



UN’OSPITE INASPETTATA

 

 

Solesempre era un piccolo regno dove il sole splendeva sempre.

Gli abitante di Solesempre avevano l’abitudine di accogliere con grande entusiasmo qualsiasi turista.

Quel giorno, il re e la regina di Solesempre erano pronti a dare una notizia terrificante ai loro sudditi: non era mai capitato in quel piccolo paese che venisse per le vacanze un turista assai strano. All’alba, il re Solinka fece mandare il suo messaggero a lasciare in ogni casa una lettera che annunciasse chiaramente l’arrivo della …Signora Pioggia!!

Gli abitanti volevano serrare le loro case come meglio potevano, ma … l’idea di dover organizzare una festa li attirava troppo; così alcuni rappresentanti del paese parlarono con il re e con la regina a nome del popolo dicendo: “Noi siamo qui per chiedervi il permesso di preparare una festa anche per la signora Pioggia, d- dopo tutto anche lei merita di essere la “benvenuta” fra noi …” Il re era abbastanza turbato; la regina Soleste sgranò i suoi grandi, meravigliosi occhi verdi; i corpi impettiti delle guardie si irrigidirono al sentir queste parole: con i visi sconvolti, si misero a borbottare tra loro; la fedele barboncina della principessa Solestizia cominciò a saltare sul sofà e ad abbaiare con quanta più voce aveva; al consigliere del re caddero per terra gli occhialetti dalla montatura d’oro e la parrucchiera della regina diventò bianca come uno straccio. Il re gridò a squarciagola: “Ora basta; manteniamo la calma!” Nella stanza regnò un silenzio di tomba; si sentì solo il rumorino del consigliere che raccoglieva gli occhiali, ormai un po’ rotti e rovinati, e li riponeva con attenzione sul piccolo naso appuntito. Il re si accarezzò nervosamente la barbetta caprina e poi rispose: “Anche secondo me la pioggia va accolta come tutti gli altri turisti; da domani tutti rispetteranno questa nuova legge: non si faranno più distinzioni.

D’ora in poi, questa sarà la nuova legge base di Solesempre.

I giorni passavano e tutti si davano da fare per preparare la festa alla signora Pioggia: c’era che preparava le torte e i pasticcini; dai forni delle pittoresche casine di Solesempre fumava un irresistibile profumino di ciambelle; perfino i bambini si davano da fare preparando coloratissimi e allegri festoni di benvenuto; i falegnami  tiravano a nuovo vecchi tavoli tarlati e, se necessario, ne costruivano altri.

Finalmente, la signora Pioggia si fece sentire. Dapprima, si manifestarono nel cielo grandi nuvolosi neri che avanzavano a gran velocità verso la gente. Il Vecchio Saggio Solktatarium affermò che dentro quelle nubi viveva la Pioggia; ed ecco che si aprirono due di quei grandi cotoni grigi e neri: fu lì che iniziarono a cadere i primi goccioloni di acqua, mentre una donna camminava speditamente: ma non era una donna normale, era così limpida e pallida che sembrava fosse fatta interamente di vetro e cristalli: era umida e fresca. Si fermò davanti ai cittadini che l’aspettavano e disse con voce soave e delicata: “Oh, ma che gentili, mi avete perfino preparato una festa! Vi saprò ricompensare.” Però un uomo intervenne: “E come? Bagnandoci dalla testa ai piedi, o rovinando le nostre pietanze?” La pioggia non si spazientì e sospirò: “Ma guardatevi intorno: la vostra terra non vi sembra un pochino…come si può dire … SECCA!”

Tutti si guardarono attorno: infatti,in quel paese dove c’era tanto sole, crescevano molti alberi, ma nessuno di loro dava frutto; erano rare le macchie di verde sul terreno duro, secco, quasi crepato.

Ad un tratto le gocce si fecero più forti e fitte, da non vedere più niente; quasi subito tutto il trambusto cessò e si udì solo i ticchettio dei pesanti goccioloni. La gente, prima un po’ preoccupata e agitata, scrutò i prati, i campi e i giardini e … sorpresa! La pioggia aveva cambiato ogni cosa: tutto era verdeggiante, dolcissimi fichi sembravano dire “prendimi”!! Sugli alberi di pesco dei fiorellini rosa ondeggiavano al vento e le mele e le pere parevano tempestate di perle.

Gli abitanti allora compresero di essersi sbagliati a giudicare la pioggia ancora prima di averla conosciuta. Capirono che tutti esistono per migliorare il mondo e per dare felicità.



SERENA BONOMI

(Con questo tema ho vinto il Concorso letterario " Racconto d'Inverno" , di Lumezzane, nella categoria 6-10 anni- 2006)


LA SCOGLIERA CORALLINA

 

*Descrivo un’esperienza come se fosse realmente accaduta, ma che non ho mai vissuto.

 

Ero in Australia da qualche giorno con una mia amica e il momento tanto atteso stava già arrivando. La nostra guida, che era italiana, ma aveva vissuto molto tempo là,  ci portò finalmente a esplorare la grande Scogliera Corallina. In riva al mare ci aspettavano delle persone a bordo di un motoscafo. Insieme ci spingemmo al largo e la barca si fermò nel bel mezzo dell’Oceano. Avevamo già indosso le tute subacquee e la nostra guida ci ordinò di mettere le bombole e la maschera; il mare turchino era pronto ad accoglierci nella sua limpidità. Con un tuffo ci immergemmo tutti e tre. Appena il mio corpo sprofondò nell’acqua centinaia di bollicine risalivano verso l’alto. Quando sparirono riuscii a vedere i miei compagni di avventura. C’era un silenzio stranissimo, interrotto solo dal fremito del mio respiro. Con un gesto del braccio la guida ci invitò a seguirlo e noi ci lasciammo alle spalle l’ombra del motoscafo. Dopo pochi metri si presentò ai nostri occhi uno spettacolo grandioso… inimmaginabile… La grande Scogliera colpì i nostri occhi con il suo fascino; i raggi del sole pallido riuscivano ancora a  filtrare dalla superficie, creando un gioco di luci e colori che non avevo mai visto da nessun’altra parte. Decine di alghe rosse ondeggiavano ad ogni minima vibrazione nell’acqua. Gruppi di pesci colorati nuotavano in tutte le direzioni. La guida ci fece capire che non c’era tempo da perdere e che ciò era solo l’anticamera di tutto il resto. Al nostro passaggio i pesci, impauriti, cambiavano direzione ed era formidabile come riuscissero a ritirarsi in minuscoli buchi scavati dentro il corallo.

Più avanti potemmo osservare i pesci pagliaccio che entravano e uscivano dai loro anemoni e nuotavano lievi tra le piante e i coralli. I pesci farfalla erano meravigliosi: con la loro pinna allungata verso l’alto e la loro bocca sottile. Le loro strisce gialle e nere li rendevano ancora più vivaci ed eleganti. Mentre nuotavamo vedemmo delle grosse ombre sotto di noi. Alzammo la testa e, meravigliati, scoprimmo che era una famiglia di innocue tartarughe marine che stavano passando per la Scogliera; le ammirammo volteggiare tranquille fino a che non sparirono dietro un spuntone di roccia.

Giunti a un certo punto, vedemmo un arco fatto interamente di corallo rosa, all’interno del quale erano cresciute delle buffe alghe variopinte; ci fermammo. La guida si avvicinò all’arco e lo oltrepassò. Al suo passaggio, tutti i pesci che vi passavano, erano spariti nelle alghe a velocità fulminea, per poi ritornare a nuotare liberi come prima. Anche noi lo imitammo e in un certo senso mi sentii un’intrusa. Mi sentivo troppo grande per passare in mezzo a tutti quei pesciolini indisturbati. Proprio in quel momento la guida indicò con un dito l’orologio: erano passati già tre quarti d’ora; ci restava ancora qualche minuto per tornare indietro e riemergere. Ripercorremmo la Scogliera e presto fu di nuovo visibile il motoscafo. La guida tirò la corda appesa al bordo del motoscafo. L’equipaggio calò una scaletta. Ero triste.. riguardai per l’ultima volta quella meraviglia lontana, raccogliendo nel mio cuore tutto ciò che avevo visto e vissuto. Infine, mi aggrappai anch’io alla scaletta e riemersi. Tutto cambiò: il silenzio rilassante che c’era là sotto era sostituito dalle grida stridule dei gabbiani e le voci degli aironi in lontananza. Man mano che la costa si avvicinava, aumentava anche il vociare della gente. L’unica cosa per cui ero felice, era la certezza che quello che avevo visto non era un sogno, ma pura realtà, nascosta negli abissi.

 

SERENA BONOMI                                                                                  26-10-2007


 


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Bè...

23:18, Jul. 3, 2008  ..  Inviato daAnonymous     
...qualcuno che legge i tuoi scritti (e con molto piacere) l'hai trovato... :-)

Ciao ciao, cuginetta... ;-)

Marco

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